Un femore rotto e poi guarito è il primo segno di civiltà.

“Un femore rotto e poi guarito è il primo segno di civiltà.”,  articolo della rubrica  “Il Diario del Capitano”, curata da Andrea Di Gregorio, Master Trainer PNL e Fondatore di PNL Evolution.

Un femore rotto e poi guarito è il primo segno di civiltà.
Un femore rotto e poi guarito è il primo segno di civiltà.

Margaret Mead, una delle più grandi antropologhe del Novecento, diceva questo rispetto la nascita della civiltà.
Un femore guarisce solo se qualcuno ti è rimasto accanto. Solo se qualcuno ti ha nutrito e protetto nel tempo in cui non potevi muoverti. Solo se qualcuno ha deciso, consapevolmente, di non lasciarti indietro. In un mondo in cui la sopravvivenza era tutto, quella scelta non era scontata, era rivoluzionaria.

E allora mi chiedo: cosa è rimasto di quella scelta, oggi? Perché guardandoci intorno, l’impressione è che qualcosa si sia inceppato lungo la strada. Viviamo in un tempo dominato dall’ego, non nel senso psicoanalitico del termine, ma in quello più quotidiano e sottile. L’ego che non sa stare fermo, che trasforma ogni debolezza in qualcosa da nascondere, che misura il valore di una persona dalla sua produttività, dalla sua visibilità, dalla sua capacità di non aver bisogno di nessuno. L’ego non cura, compete. Non resta accanto a chi è caduto, scavalca, o al massimo si commuove per un momento e poi va avanti.

Ma questa non è la nostra natura più profonda, è una deriva. Una storia che ci siamo raccontati così tante volte da dimenticare che è solo una storia. Perché prima ancora di costruire armi, prima dei confini e delle gerarchie, c’era già qualcuno che teneva la mano a un ferito. C’era già quella scena silenziosa e potente: una persona a terra, un’altra che sceglie di restare. Quella è l’anima. Non intendo qualcosa di religioso o metafisico, intendo la parte di noi che ricorda ancora quella scena originaria, che sa, senza bisogno di dimostrarlo, che la vita acquista senso solo dentro una relazione.

Siamo fatti per l’appartenenza, non per la solitudine della performance. L’ego dice che vali quanto produci. L’anima sa che vali perché esisti.

Nel lavoro che faccio con le persone, questo lo vedo continuamente. Il momento in cui qualcuno smette di nascondere la propria fragilità, la propria “gamba rotta”, qualunque essa sia, è esattamente il momento in cui qualcosa si sblocca davvero. Non perché la vulnerabilità sia una virtù romantica da celebrare, ma perché è vera e la verità crea connessione. La connessione crea cura e la cura, diceva Mead, crea civiltà.

Forse allora l’evoluzione umana non è la corsa verso l’alto che immaginiamo. Forse è tornare ad essere capaci di restare. Restare accanto a chi ha bisogno di aiuto. Restare presenti quando non è comodo, restare umani, nonostante tutto. Il femore guarito non racconta la storia di chi è guarito, racconta la storia di chi è rimasto.

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