Da che parte sto in ciò che osservo accadere nel mondo?

“Da che parte sto in ciò che osservo accadere nel mondo? “,  articolo della rubrica  “Il Diario del Capitano”, curata da Andrea Di Gregorio, Master Trainer PNL e Fondatore di PNL Evolution.

Da che parte sto in ciò che osservo accadere nel mondo?
Da che parte sto in ciò che osservo accadere nel mondo?

Ecco il mio pensiero, lo scrivo e sarei curioso di sapere quanti lo condividono e, se non è così, perché.

La violenza è sempre una forma di rottura della relazione. Spesso, però, si tende a confondere la difesa con l’attacco e, soprattutto, a giustificare la violenza quando la si percepisce come una risposta legittima a ciò che si è subito. In questa dinamica, tuttavia, si rischia di ignorare le conseguenze: vite spezzate, famiglie distrutte, relazioni compromesse, sogni annientati.

Quando una persona (o un paese) agisce con violenza pensando di difendersi, può accadere che l’ego trasformi la necessità di proteggersi nella convinzione di avere il diritto di colpire. È qui che possono entrare in gioco alcuni meccanismi studiati dalla psicologia sociale, come l’Effetto delle credenziali morali, ovvero, il fatto di percepirsi dalla parte lesa può diventare una sorta di autorizzazione morale ad agire contro l’altro.

Ma difendersi non significa necessariamente restituire il male ricevuto. Una mente consapevole dovrebbe saper distinguere tra un atto realmente difensivo e un atto di rappresaglia. Il primo ha lo scopo di interrompere l’aggressione e proteggere; il secondo rischia di prolungare la stessa dinamica violenta, semplicemente cambiando chi, in quel momento, assume il ruolo dell’aggressore.

È interessante, in questo senso, il principio dell’Aikido, che ha come obiettivo neutralizzare l’attacco proteggendo l’incolumità di entrambi, compresa quella di chi sta aggredendo.
Non significa accettare la violenza o rinunciare a difendersi. Significa cercare di interrompere la violenza senza diventare parte della sua stessa logica.

Questa è la mia idea di difesa ed è anche il modo in cui penso alla relazione con chi mi circonda nel mio quotidiano. Ogni nostra azione modifica il sistema di relazioni di cui facciamo parte. Quando facciamo del male a qualcuno, anche se siamo convinti di farlo per difenderci, produciamo una conseguenza che non riguarda soltanto l’altro: riguarda anche noi e le persone che ci sono vicine e che diciamo di amare.

Forse è proprio qui che le parole «ama il prossimo tuo come te stesso» assumono un significato ancora più profondo. Non come un invito alla passività, ma come la ricerca di una forma di difesa che protegga la propria dignità senza distruggere quella dell’altro.

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