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il Diario del Capitano, A. Di Gregorio

La visione a lungo termine

“La visione a lungo termine”,  articolo della rubrica  “Il Diario del Capitano”, curata da Andrea Di Gregorio, Master Trainer PNL e Fondatore di PNL Evolution.

La visione a lungo termine

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La visione a lungo termine

Un giorno di tanti anni fa, quando ero un bambino, mio zio mi fece salire sul suo camion. Era la prima volta per me a bordo di un mezzo di trasporto diverso da un’automobile, e vedere la strada dall’alto fu un’esperienza indimenticabile. Quel giorno, oltre ad assistere al lavoro di consegna delle merci, ricevetti un’importante lezione di vita, seppur in forma di metafora.

Mio zio mi disse: “Non bisogna frenare quando l’auto che ci precede frena, ma quando a farlo è quella che la precede a sua volta”.
La vita, proprio come un percorso stradale, è piena di curve, salite, discese e imprevisti. Se reagiamo solo a ciò che è immediatamente davanti a noi, rischiamo di trovarci impreparati quando sopraggiungono sfide inaspettate.
La capacità di anticipare, di guardare oltre il presente, è una competenza fondamentale per chiunque desideri vivere con proposito e consapevolezza.

Avere una visione a lungo termine significa definire chiaramente dove si vuole andare nella vita, quali sono le mete e quali passi sono necessari per raggiungerle. È una questione di previsione e preparazione.
Essere reattivi significa rispondere alle situazioni man mano che si presentano. Sebbene la reattività possa essere utile in certi contesti, come nelle emergenze, essa non favorisce una crescita personale autentica e sostenibile. Dall’altro canto, la proattività ci incoraggia a prendere l’iniziativa, a pianificare in anticipo e a creare le condizioni per il successo futuro.

Una mentalità proattiva potrebbe significare, ad esempio, acquisire nuove competenze prima che diventino essenziali, affrontare problemi personali prima che diventino ingombranti, o stabilire abitudini sane prima che la salute inizi a declinare.

A volte capita di deformare la nostra percezione della realtà, spingendoci a dare troppo peso al presente o a vedere solo ciò che vogliamo vedere. Riconoscere e superare questi errori è cruciale per sviluppare una visione a lungo termine.
Anticipare è molto più che un semplice consiglio di guida. È una filosofia di vita che incoraggia la previsione, la preparazione e l’azione proattiva. Chi impara a guardare oltre il parabrezza della propria vita è meglio attrezzato per navigare con successo verso le proprie aspirazioni, evitando ostacoli e abbracciando le opportunità con visione e determinazione.

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Vivere il presente

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Vivere il presente

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Vivere il presente

La presenza mentale ha ottenuto ampia risonanza nelle culture contemporanee, eppure, la battaglia tra il vivere nel presente e il vagare tra passato e futuro è antica quanto l’umanità stessa. Numerosi filosofi e psicologi hanno riflettuto sull’importanza di centrare la mente sull’adesso, sottolineando sia i benefici sia le sfide connesse a tale pratica.

Gli stoici, ad esempio, predicavano il concetto di “hic et nunc” (qui e ora). Per Marco Aurelio, imperatore-filosofo romano, il presente era il solo dominio in cui potevamo esercitare controllo, esortando ad abbandonare le preoccupazioni per ciò che è fuori dalla nostra sfera di influenza. In parallelo, il buddhismo ha enfatizzato l’attenzione al momento presente come via per la liberazione dalla sofferenza, attraverso la pratica meditativa e la consapevolezza.

In ambito psicologico, si incoraggia a sviluppare una connessione sana e consapevole con il presente, utilizzando il passato come risorsa per comprendere schemi comportamentali e il futuro come orientamento verso cui indirizzare azioni e obiettivi. La PNL ci invita ad osservare i nostri pensieri e sentimenti senza giudizio, permettendoci di sperimentare il presente in modo autentico e consapevole.

Tuttavia, la mente umana è progettata per viaggiare nel tempo: anticipare il futuro e riflettere sul passato sono attività cruciali per la pianificazione e l’apprendimento. La chiave, quindi, non è reprimere tali tendenze, ma piuttosto integrarle in un pensiero più ampio di presenza consapevole. Il riconoscimento e l’accettazione delle nostre escursioni mentali temporali senza esserne sopraffatti o distratti, fornisce una piattaforma da cui possiamo operare scelte più allineate con i nostri valori e obiettivi autentici.

Sebbene il nostro percorso sia puntellato da echi del passato e sussurri del futuro, il presente emerge come l’unica componente temporale che permette una vera ed effettiva azione e riflessione. Il presente diventa, così, la sola parte del tempo in grado di dare un senso concreto alla nostra vita. Il passato, infatti, si limita a definire il contesto, a fornire un significato, mentre il futuro si costituisce di un’inesauribile serie di decisioni potenziali, che potremmo – o meno – attuare, orientandoci verso la realizzazione dello scopo della nostra vita.

E come recita il Maestro Oogway, nel film Kung Fu Panda: “Ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono, per questo si chiama presente.”

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Il Futuro immaginato e la realtà

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Il Futuro immaginato e la realtà

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Il Futuro immaginato e la realtà

Basta guardarsi indietro di pochi anni per accorgersi che quanto si era immaginato ha poco, se non nulla, a che vedere con la realtà attuale.
Osservando il gap tra le previsioni del futuro e la realtà di ciò che invece accade, emergono i bias cognitivi, ovvero, distorsioni della nostra mente. Oggi ne esploriamo due: il bias di proiezione e il bias retrospettivo.

Il Bias di Proiezione, ovvero, proiettare il presente nel futuro

Questa distorsione riflette la nostra tendenza a sovrastimare quanto i nostri futuri stati emotivi, preferenze o credenze coincidano con il nostro stato attuale. Quando immaginiamo il futuro, tendiamo a proiettarci in esso con gli occhi e le sensazioni del presente, spesso ignorando l’evoluzione potenziale dei nostri pensieri e sentimenti. Questo può produrre previsioni imprecise su cosa desidereremo, come ci sentiremo, e come agiremo in scenari futuri.

Il Bias Retrospettivo, ovvero, la prevedibilità illusoria del passato

La seconda distorsione ci porta a percepire gli eventi passati come se fossero più prevedibili all’epoca in cui sono accaduti di quanto realmente fossero. Guardando al passato, sembra che le cose dovessero andare come sono andate, dando luogo a una falsa sensazione di inevitabilità.

La combinazione di questi due bias può creare una profonda discrepanza tra il futuro che immaginiamo e la realtà che viviamo. Osservando il passato, potremmo cadere nella trappola di credere che le esperienze che abbiamo vissuto erano in qualche modo segnate, mentre contemporaneamente ci proiettiamo nel futuro attraverso una lente deformata dal presente.

Queste tendenze cognitive non sono solo individuali, ma possono influenzare intere società e culture, plasmando aspettative collettive e interpretazioni storiche. Ad esempio, le previsioni economiche, politiche e sociali sono spesso oggetto di questi bias, con conseguenze che vanno dalle decisioni politiche mal consigliate fino a bolle speculative nei mercati finanziari.

Affrontare questi bias richiede una consapevolezza attenta delle nostre tendenze mentali e una continua sfida verso le nostre percezioni e aspettative. Praticare la mente aperta, accogliere l’incertezza e nutrire la curiosità possono essere strumenti preziosi per navigare attraverso i mari spesso tumultuosi dei nostri pregiudizi cognitivi.

Il futuro rimane un territorio inesplorato, un dominio di infinite possibilità dove ciò che sembra improbabile oggi potrebbe diventare la norma domani. Mantenendo una prospettiva equilibrata e un approccio mentalmente agile, possiamo non solo adeguarci meglio alle sorprese che il futuro potrebbe riservarci, ma anche contribuire attivamente a plasmare i percorsi che ci attendono.

John Allen Paulos, un matematico americano, dice:

“L’incertezza è l’unica certezza che c’è, e sapere come vivere con l’insicurezza è l’unica sicurezza.”

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La prima persona da soddisfare sei tu

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La prima persona da soddisfare sei tu

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La prima persona da soddisfare sei tu
Molte persone basano la loro felicità sulle opinioni altrui. Certamente una lode può innalzare la fiducia in se stessi, ma un commento negativo può distruggere mesi di autostima falsata. 
Le aspettative sono pericolose, basta un piccolo cambiamento esterno, o anche solo l’assenza di riscontro, e tutto può crollare.
 
La vera autostima si mostra quando a valutare la propria soddisfazione siamo noi stessi, attraverso azioni e realizzazioni che ci rappresentano. In questo modo, la percezione del proprio valore diventa indipendente dagli altri. Si vive con la certezza di aver sempre dato il meglio, assicurando un autentico benessere interiore.
 
Ecco come raggiungere questa autonoma soddisfazione:
 
1.Conoscere sé stessi: Introspezione e autoanalisi sono fondamentali. Capire ciò che veramente conta per noi è il primo passo. Riflettere, tramite la scrittura di un diario, può essere un ottimo strumento di autoconoscenza.
2.Definire obiettivi personali: Stabilire mete che rispecchiano i nostri veri desideri e non ciò che gli altri si aspettano da noi.
3.Essere auto-compassionevoli: Gli errori sono opportunità di crescita. Invece di flagellarsi, è essenziale abbracciare la propria unicità e celebrare ogni piccolo successo.
4.Imparare a dire “no”: Non possiamo soddisfare tutti. A volte, dire “no” è il modo migliore per dire “sì” a noi stessi.
5.Valutarsi dall’interno: Al termine di ogni giornata o progetto, chiediamoci se siamo soddisfatti del nostro operato, piuttosto che cercare sempre conferme esterne.
6.Scegliere le proprie compagnie: Circondarsi di individui che condividono una visione positiva della vita e che incoraggiano la crescita personale.
 
Infine è bene ricordarsi che la vera approvazione non viene dall’eco delle voci altrui, ma dalla voce silenziosa dentro di noi.

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Ama l’anima, gestisci l’ego

“Ama l’anima, gestisci l’ego”,  articolo della rubrica  “Il Diario del Capitano”, curata da Andrea Di Gregorio, Master Trainer PNL e Fondatore di PNL Evolution.

Ama l’anima, gestisci l’ego

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Ama l’anima, gestisci l’ego

Il viaggio interiore di ciascuno di noi è segnato da una costante lotta tra due forze: l’anima e l’ego. Queste due entità, benché risiedano nello stesso corpo, si manifestano in modi profondamente differenti, influenzando la nostra percezione di noi stessi e del mondo attorno a noi.

L’anima rappresenta la parte più pura di noi stessi, quella che trascende ogni esperienza terrena. È la forza spirituale che ci connette ad ogni essere vivente e che avvertiamo quando stabiliamo un profondo legame con qualcuno. Questa connessione va oltre le parole e si avverte in modo viscerale, indipendentemente dalla presenza fisica dell’altro.

La psicologia ci insegna che gli esseri umani sono programmati per cercare connessioni. Carl Gustav Jung parlava di “anima”, riferendosi alla parte più profonda e autentica di una persona. Questa forza interiore ci guida verso la bellezza, l’amore, la pace e la consapevolezza, ed è incapace di azioni che portano al male.

Contrapposta all’anima vi è l’ego, la parte di noi formatasi attraverso le esperienze, l’educazione ed i modelli da cui abbiamo appreso come essere nei vari ruoli della nostra vita. L’ego può essere visto come il nostro sistema di difesa, costruito per aiutarci a navigare nella complessità del mondo esterno. Esso riflette le nostre convinzioni, valori e l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Tuttavia, l’ego può anche diventare un’entità dominante, mettendo in ombra l’anima. Freud vedeva l’ego come mediatore tra il nostro istinto primordiale (l’Es) e la moralità (il Super-io). Tuttavia, quando l’ego agisce senza la guida dell’anima, può portare a comportamenti autodistruttivi o nocivi per gli altri.
Il conflitto tra anima ed ego è alla base di molte sfide esistenziali. Ogni volta che assistiamo alla disgregazione di relazioni o alla distruzione di vite, è spesso il risultato di un ego non bilanciato.

Per vivere una vita armoniosa, è essenziale riconoscere la presenza di entrambe queste forze e trovare un equilibrio tra di esse. Ciò significa ascoltare la saggezza intrinseca dell’anima, pur riconoscendo il ruolo dell’ego nella nostra quotidianità. Tuttavia, se nei riguardi della prima possiamo sentirci al sicuro da mosse azzardate, quest’ultimo va gestito con consapevolezza, in quanto artefice di decisioni che possono incidere profondamente nella nostra vita.

Friedrich Nietzsche scriveva: “Chi combatte con i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu guarderai a lungo in un abisso, l’abisso guarderà anche dentro di te”.

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Le due facce dei compromessi

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Le due facce dei compromessi

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Le due facce dei compromessi

Nel viaggio della crescita personale, il termine “compromesso” assume due facce. Una riflette la capacità di adattarsi e mediare, l’altra indica un danno irrimediabile. Esaminiamo come questi aspetti influenzano il nostro percorso evolutivo.

Tradizionalmente, “compromesso” implica trovare un punto d’incontro tra desideri, esigenze e realtà. È l’arte di conciliare diverse prospettive, essenziale in ambiti come lavoro e relazioni. Questa flessibilità è spesso sinonimo di maturità.
Però, “essere compromessi” porta con sé anche l’idea di un danno irreversibile. Nella nostra crescita, potrebbe rappresentare un aspetto di noi o una relazione che difficilmente può essere restaurata a causa di una scelta sbagliata.

La vera sfida? Distinguere tra queste due facce. È cruciale fermarsi e riflettere: “Sto cercando equilibrio o sto mettendo a rischio il mio benessere?”

Trovare un compromesso senza rimanere compromessi, non è solo un gioco di parole, ma una guida per chi aspira a crescere. La chiave è nel bilanciare esigenze con la realtà, senza perdere di vista i propri valori, ma soprattutto la propria integrità.

I valori sono i principi fondamentali che una persona considera importanti nella vita. Essi funzionano come una bussola interna, guidando le scelte e determinando ciò che è giusto o sbagliato per quella persona. Ad esempio, per alcuni, la famiglia potrebbe essere al primo posto, mentre per altri potrebbe essere l’indipendenza o la libertà.
Rimanere fedeli ai propri valori significa agire in modo coerente con ciò in cui si crede, anche quando è difficile o impopolare. Significa resistere alla tentazione di seguire la corrente se va contro ciò in cui crediamo profondamente.

L’integrità si riferisce alla qualità d’essere onesti e avere principi morali forti. Una persona con integrità è coesa nel suo agire e nel suo dire, evitando comportamenti ipocriti o ingannevoli. L’integrità va oltre la semplice onestà: implica anche una coerenza interna tra le proprie azioni e i propri valori. Rimanere fedeli alla propria integrità significa agire in modo onesto e trasparente, anche quando nessuno ci sta guardando. Significa fare la cosa giusta anche quando non è conveniente o quando potrebbe portare a conseguenze indesiderate.

In un mondo in cui le pressioni esterne, le aspettative sociali e le tentazioni sono incessanti, rimanere fedeli ai propri valori e alla propria integrità può sembrare una sfida. Tuttavia, è proprio questa fedeltà che fornisce un senso di direzione e di scopo. Essa garantisce che, indipendentemente dalle tempeste esterne, abbiamo un’anima pacifica e un senso di rettitudine interiore.
Rimanere fedeli ai propri valori e alla propria integrità non è sempre il percorso più facile, ma è sicuramente quello che porta alla realizzazione di se stessi e a una vita vissuta con autenticità e significato.

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Il flusso della vita

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Il flusso della vita

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Il flusso della vita

Panta Rei, che tradotto dal greco antico significa “tutto scorre”, è un concetto che esprime una profonda riflessione sul cambiamento e sulla transitorietà della vita.
L’universo è in un costante stato di flusso e, in questo fluire, nulla rimane immutato. Vale sia per le cose animate, sia per ciò che è percorso dalla vita. Così parlava il filosofo Eraclito, vissuto nell’antica Grecia tra il sesto e il quinto secolo avanti Cristo.

All’interno di questa visione fluida della realtà, trova risonanza una pratica contemporanea del benessere psicologico, il lasciar andare, dove si sottolinea l’importanza di rilasciare attaccamenti e aspettative, permettendoci di accettare e fluire con la vita piuttosto che opporsi ai suoi capricci.

Le ferite, le delusioni e le sfide che incontriamo lungo il nostro cammino possono lasciare cicatrici durature. Tuttavia, se abbracciamo il concetto di Panta Rei, possiamo vedere queste esperienze come parti del flusso ininterrotto della vita. Come un fiume che scorre, ogni esperienza, buona o cattiva, passa e diventa parte del nostro passato. Trattenersi, rimuginare o resistere a questo flusso naturale può creare stagnazione, dolore e sofferenza.

Lasciar andare non significa dimenticare o negare le nostre esperienze. Significa piuttosto riconoscere e accettare che ciò che è accaduto è parte del nostro percorso, ma non è il nostro futuro. E, invece di essere definiti da queste esperienze, possiamo scegliere di trarre saggezza e comprensione da esse. In questo modo, ogni sfida diventa un’opportunità per crescere ed apprendere.

Concentrandoci su ciò che abbiamo appreso, piuttosto che sul dolore o sul rimpianto, ci concediamo la libertà di avanzare con leggerezza e chiarezza. Questo atteggiamento ci permette di accogliere nuove esperienze con un cuore aperto, facendo spazio a nuove opportunità e relazioni.

Panta Rei può servire come un potente promemoria: la vita è in costante movimento e cambiamento. Abbracciando questo flusso e imparando l’arte del lasciar andare, possiamo navigare le acque della vita con grazia e resilienza, diventando giorno dopo giorno versioni sempre migliori di noi stessi.

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Il flusso della vita, a cura di Andrea Di Gregorio

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La penna è più potente della spada

“La penna è più potente della spada”,  articolo della rubrica  “Il Diario del Capitano”, curata da Andrea Di Gregorio, Master Trainer PNL e Fondatore di PNL Evolution.

La penna è più potente della spada

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La penna è più potente della spada

L’affermazione di Edward Bulwer-Lytton, rivela una verità ineluttabile. Nel momento in cui un pensiero viene espresso, in forma scritta, ma aggiungerei anche verbale, ciò che era confinato nella mente dell’individuo entra nella realtà del sistema di cui è parte e la modifica.

Questo produce un cambiamento allo stesso modo di quando si introduce una piccola goccia di colore all’interno di un contenitore pieno d’acqua. Così come quel liquido non tornerà più alla composizione precedente, allo stesso modo il sistema che ha ricevuto un messaggio non potrà più tornare allo stato precedente, ne rimarrà in qualche modo modificato. Qualcosa cambia irrimediabilmente, a livello molecolare per il liquido, a livello neuronale per l’atto comunicativo.

Quando ascoltiamo o leggiamo parole, soprattutto quando queste sono scritte per noi, il nostro pensiero inizia a produrre cambiamenti nella nostra mente, fino ad influenzare l’espressione stessa del DNA.

L’epigenetica, una branca della biologia, gioca un ruolo cruciale nel modo in cui l’ambiente esterno può influenzare l’espressione dei geni senza modificare la sequenza del DNA stesso. Questi cambiamenti epigenetici sono regolati da una serie di meccanismi, tra cui la metilazione del DNA e la modifica degli istoni, che possono attivare o inattivare specifici geni. 

È stato dimostrato che esperienze di vita, come lo stress, la dieta e, in effetti, anche le parole e le emozioni, possono causare variazioni epigenetiche. Tali modifiche possono non solo influenzare l’individuo che le sperimenta direttamente, ma in alcuni casi possono anche essere trasmesse alle generazioni future. Questo evidenzia la profonda connessione tra il nostro ambiente, comprese le parole che ascoltiamo e pronunciamo, e la nostra biologia a livello molecolare.

Tutto ciò sottolinea l’importanza di alimentare la mente con input positivi e di evitare, a propria volta, di emettere output negativi. Naturalmente, non possiamo impedire “contaminazioni” nel modo più assoluto. Quando ci accade, possiamo fare un piccolo esercizio di visualizzazione: chiudere gli occhi e pensare che quelle parole si trasformino in concime per la terra, utile a fare crescere erba tenera e verde sulla quale camminiamo.

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La libertà non è un viaggio solitario

“La libertà non è un viaggio solitario”,  articolo della rubrica  “Il Diario del Capitano”, curata da Andrea Di Gregorio, Master Trainer PNL e Fondatore di PNL Evolution.

La libertà non è un viaggio solitario

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La libertà non è un viaggio solitario

La libertà è un valore fondamentale per molti, spesso associato all’indipendenza e all’autosufficienza. Tuttavia, a volte, una persona alla ricerca della propria libertà può esprimere atteggiamenti egoistici, preoccupandosi unicamente di sé stessa, del proprio benessere e della propria utilità, tendendo ad escludere gli altri o pensando al loro coinvolgimento solo come un mero strumento per raggiungere i propri fini.

Tali atteggiamenti, pur esercitati in nome della propria libertà e quindi apparentemente legittimi, possono portare a una serie di conseguenze psicologiche. Queste includono l’isolamento sociale, il deterioramento delle relazioni, la bassa autostima, l’ansia, la depressione, la difficoltà nell’empatia e un persistente senso di insoddisfazione.

Secondo Carl Gustav Jung, il problema è dovuto ad un’eccessiva identificazione con il proprio Ego a scapito del Sé. L’ego rappresenta la consapevolezza di noi stessi e delle nostre esigenze immediate, mentre il Sé include tutti gli aspetti della nostra psiche, inclusi i bisogni e le esigenze degli altri. Il processo di individuazione di Jung suggerisce un equilibrio tra questi due aspetti per una vita autentica e significativa. In sintesi: perseguiamo la nostra libertà, non a scapito, ma in armonia con la considerazione per gli altri.

Questa visione viene ulteriormente ampliata dal pensiero sistemico di Gregory Bateson. In un sistema, ogni parte è collegata e le azioni di un individuo hanno ripercussioni su tutto il sistema. Pertanto, il comportamento egoista, che nel breve termine può sembrare liberatorio, alla lunga può portare a disarmonia ed instabilità nel sistema più ampio, ovvero quello delle relazioni personali. Al contrario, l’equilibrio tra cura di sé e considerazione per gli altri contribuisce alla salute e al benessere del sistema nel suo insieme.

Sviluppare la consapevolezza può aiutare a prendere decisioni ecologiche, tuttavia, risulta evidente che l’ascolto del feedback sia di fondamentale importanza, in quanto lo stesso tipo di pensiero che è coinvolto in un problema, difficilmente può essere sufficiente per risolverlo. Il feedback può offrire preziose intuizioni sul proprio comportamento e su come questo possa essere percepito dagli altri. Riconoscere ed apprezzare le persone da cui si riceve sostegno, infine, aiuta a rafforzare le proprie relazioni e a promuovere un senso di interconnessione.

Giorgio Gaber diceva: “La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone. La libertà non è uno spazio libero. Libertà è partecipazione”.

In questo senso, la libertà di un individuo ha senso solo in un contesto di relazioni con gli altri, dove l’azione di un individuo produce effetti per la comunità nel suo insieme.

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Quanti passi fai?

“Quanti passi fai?”,  articolo della rubrica  “Il Diario del Capitano”, curata da Andrea Di Gregorio, Master Trainer PNL e Fondatore di PNL Evolution.

Quanti passi fai?

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Quanti passi fai?

Il mondo è in continuo cambiamento e questo può rendere la vita complicata da vivere, a volte inspiegabile da comprendere, specialmente quando i cambiamenti che impattano su di noi riguardano le persone a cui si è, o si era, molto legati. L’unica cosa che possiamo fare è cercare un significato in ciò che ci accade, al fine di attribuire un senso alla nostra vita.

Affrontiamo il cambiamento fin dalla nascita, la trasformazione ci accompagna in continuazione. La natura ci fa avanzare, ci fa letteralmente crescere, fino a quando non siamo noi a decidere la nostra evoluzione. Arriva poi il momento in cui crescere diventa un atto di responsabilità ed ogni decisione è dettata dal libero arbitrio. La maggior parte delle persone fatica in questo, perché sebbene sia utile, il cambiamento implica un allontanamento dalle proprie abitudini, un’uscita dalla cosiddetta “Comfort Zone”, cosa che spesso causa dolore.
Sebbene sarebbe più saggio prevenire il dolore, la maggior parte delle persone preferisce farsi male e poi curarsi, a volte proprio attraverso farmaci e terapie.

Cosa fare dunque?
Possiamo prenderci cura di noi stessi, a livello fisico, mentale e spirituale.
Ogni giorno possiamo percorrere i nostri fatidici 10.000 passi con le gambe, nutrirci in modo salutare, respirare aria pulita, ma possiamo fare qualcosa anche con la mente e con l’anima. Possiamo far fronte gli “Attesi Imprevisti”, come li chiamava il mio professore di pedagogia Paolo Perticari.

Reinhold Niebuhr, un teologo e filosofo americano, diceva: «Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, e che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere».

Ebbene, l’intelligenza, a volte, sta nel riconoscere che abbiamo bisogno d’aiuto.

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Beata Confusione

Quanti passi fai?, a cura di Andrea Di Gregorio

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