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Bullismo, che fare?

11 Ottobre 2019

di Andrea Di Gregorio



Che cosa accade dal punto di vista della comunicazione
nel momento in cui c'è un episodio di Bullismo e che cosa possiamo fare per porre rimedio?

Innanzitutto bisogna partire dalla situazione che c'è in famiglia. Un bambino infatti impara in famiglia e si crea una mappa mentale che secondo lui è quella giusta che bisogna usare nel mondo. Quello che lui impara restituisce al mondo. Se non ha strumenti diversi per comunicare utilizzerà la violenza verbale piuttosto che addirittura fisica. Quello è il mondo per comunicare qualcosa che non riesce ad esprimere in un altro modo perchè non ha ricevuto gli strumenti per farlo.

Si dice che dietro il peggiore dei comportamenti c'è sempre un"'intenzione positiva". Il bambino non nasce "cattivo", il bambino nasce bambino come tutti,
se poi viene inserito all'interno di una realtà dove si crea una mappa mentale dove per essere riconosciuto, per comunicare deve picchiare il pugno sul tavolo oppure fare il muso duro, questo è quello che lui imparerà a fare. L'intenzione positiva, quello che c'è dietro, è tutt'altro.
Come tutti i bambini vuole comunicare con gli altri, vuole sentirsi voluto bene, vuole sentirsi parte di un gruppo (infatti, spesso e volentieri i bulli non solo soli ma si creano dei gruppetti perchè anche un bambino prepotente ha bisogno di farsi riconoscere dal proprio gruppo).

Ecco che rispondere a quell'intenzione positiva e non al comportamento è il primo segreto che bisogna conoscere. Bisogna fare in modo che la mappa da dove proviene sia per un attimo compresa e messa da parte per rispondere all'intenzione, quindi al bisogno di quel bambino. Qualsiasi persona, prepotente e arrogante che sia, vuole sentirsi in qualche modo accarezzata psicologicamente solo che sceglie la peggiore delle maniere per comunicarlo.

Un'altra cosa importante è saper riconoscere la comunicazione in tutti i suoi lati. Per esempio quando si pensa alla comunicazione si pensa che la maggior parte delle cose che si comunicano vengano espresse con la voce. La voce e le parole che si dicono sono importanti ma ad esserlo ancora di più sono il tono della voce, il volume, l'inflessione, il timbro e la comunicazione non verbale che ci sta dietro.

Gli studiosi del Mental reserach Institute di Paolo Alto hanno misurato quanto possa essere potente la comunicazione non verbale. Ebbene pesa per il 55% rispetto a quello che esce dalla nostra bocca. Il 38% ha invece ha a che fare con il para-verbale (tono, volume, presenza, timbro), solo il 7% riguarda le parole.

Una qualsiasi parola detta in un modo particolare, con un'enfasi non verbale cambia tutto. In quel 55% ci sono inoltre delle cose molto interessanti. Una persona quando comunica verbalmente può far finta di avere paura, può far finta di essere prepotente, può far finta di essere arrogante. La comunicazione non verbale racconta invece la verità. Il corpo non mente. Se noi diventiamo capace di comprendere la comunicazione non verbale allora potreste avere di fronte a voi una lingua nuova da apprendere.

Quando ad esempio c'è qualcosa che non ci piace, in maniera automatica, si restringe una membrana che abbiamo sulla gola, l'epiglottide, che si chiude. Chiudendosi ci procura un fastidio e quindi per ripristinare la posizione iniziale dell'epiglottide ci sono due modi: o deglutire oppure schiarirsi la voce. In questo modo l'epiglottide torna nella sua posizione iniziale togliendoci il fastidio.


 Quindi possiamo riconoscere il disagio per esempio di un bambino se facendogli delle domande lui dice di no e intanto deglutisce. Quella è comunicazione non verbale e uno dei tantissimi segnali che possiamo prendere a riferimento e capire che c'è qualcosa non va. Oltre a questo c'è l'importanza di sapere comunicare con i propri figli e non ci si può affidare solo alle parole, perchè le parole possono non essere dette.

Un'altra cosa che ci dice la psicologia è che la mente inconscia esibisce la minaccia in tre modi: la fuga, l'attacco o il congelamento, cioè rimanere pietrificati. Tutte e tre sono espressioni della paura.
Il bullizzato normalmente o fugge o rimane pietrificato, il bullo invece attacca.
Entrambi sono sotto minaccia.
Il bullo sente la minaccia di rimanere solo, di non essere in grado di poter avere una cerchia di persone che gli vogliono bene, che lo riconoscono come leader. Il bullizzato sente invece la paura della minaccia incombente di qualcuno che gli possa fare del male e quindi cerca protezione. In entrambi i casi sono mossi dalla stessa emozione.

Quando una persona non sa cosa fare adotta un atto violento, non per niente in inglese infatti le braccia, con cui si combatte, vengono chiamate "arms", sono le armi che si usano per combattere contro una minaccia. Questa non è una forma d'intelligenza evoluta, è una forma di risposta quando non si sa in che altro modo rispondere.

In una scena del film premio oscar Pearl Harbor, mentre la flotta giapponese sta per attaccare la base americana di Pearl Harbor il luogotenente dell'ammiraglio gli si rivolge e dice:
"Concepire questo attacco è stato geniale".
L'ammiraglio gli risponde "Geniale sarebbe stato evitare la guerra".

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