"Evolving with heart and mind"

Gestire il dolore

8th May 2018

Diario del Capitano a cura di Andrea Di Gregorio

Gestire il dolore


Lo scorso mese ho parlato della gioia e di come considerare la perdita di qualcosa e/o di qualcuno mantenendo comunque l'attenzione al lato positivo.
Oggi vorrei invece affrontare il tema del dolore per considerare la realtà di ciò che si vive nella sua completezza, guardandola quindi dalla prospettiva di chi non riesce a vedere in 'rosa' la propria vita, oppure, per chi sta attraversando un momento doloroso della propria vita.
Inizio col dire che il dolore è parte della realtà ed è qualcosa che essenzialmente subiamo. In verità c'è anche chi lo cerca, sull'istinto di morte la psicoanalisi ha scritto non poche pagine, ma sorvolerei su casi di questo tipo (ambito della psicoterapia) per porre l'attenzione alla prima categoria. 
Anzitutto, perché esiste il dolore? A cosa serve? Parlo evidentemente del dolore psicologico, non di quello fisico, (anche qui si potrebbe aprire un capitolo).
La psicologia ci insegna che  gli stimoli percepiti attraverso il nostro corpo vengono elaborati dal nostro cervello attraverso un sistema complesso fatto di raffronti tra ciò che viviamo e l'idea che abbiamo di quella stessa cosa. 
Se nel nostro vissuto abbiamo provato qualcosa di simile a ciò che stiamo vivendo, la mente tende ad identificare il nuovo evento associandolo a quello del passato e, un po' come accade per le sostanze di cui si è allergici, lo 'marca' come pericoloso o innocuo.
Ad esempio, una persona adulta che subisce una separazione inizia l'elaborazione del proprio trauma attraverso il raffronto tra ciò che ha appena subito ed i ricordi del proprio passato. Tali memorie possono essere remote o recenti, ma la comparazione avviene principalmente  in modo emotivo. 
Di conseguenza la reazione che nasce dal confronto dà luogo ad un'emozione che solo dopo lungo tempo tenderà a diminuire spontaneamente. Durante questo periodo l'atteggiamento verso il mondo esterno rappresenterà una naturale conseguenza di ciò che il soggetto prova.
La PNL sottolinea pertanto che non è l'evento a produrre ciò che si sente, ma l'idea che abbiamo rispetto ciò che si è vissuto in quel dato evento. Posso pertanto sentire il dolore dato dall'abbandono, ma la persona che mi ha allontanato da sé non è la causa di ciò che provo, ad esserlo è l'idea che mi sono fatto di lei, data a sua volta dal raffronto operato col mio vissuto. Intricato vero?
È per questo che si dice "la mente non è logica, è psicologica".
Nei riguardi del dolore possiamo quindi fare ben poco. Non possiamo tornare indietro nel tempo e cambiare la nostra vita. Possiamo però modificare il significato che abbiamo attribuito agli eventi del nostro passato. Quando li abbiamo vissuti potevamo non avere le risorse che oggi invece abbiamo. Ad esempio, possiamo pensare al fatto che, sebbene nella nostra giovinezza si sia provata gioia solo attraverso la presenza di qualcuno, nella nostra esistenza abbiamo poi vissuto diversi momenti di soddisfazione e appagamento in perfetta autonomia, svincolati dalla presenza di chicchessia. L'evidenza di quei momenti successivi al nostro stato di dipendenza testimoniano la capacità di vivere la gioia anche da soli, senza la presenza di qualcuno e in modo autonomo.
Attraverso questo modo di pensare è possibile evitare di trasformare il dolore, che ha fisicamente un termine, in sofferenza, che un termine rischia di non averlo. In altre parole: "il dolore non lo si può evitare, la sofferenza sì".
Sta a noi quindi elaborare la nostra vita con un atteggiamento di auto sufficienza. Farlo è anche segno di voglia di crescere e di maturità.
Esistono tuttavia casi in cui un raffronto non esiste semplicemente perché si tratta di un primo evento, oppure, sebbene si sia provato qualcosa di simile, il fatto contingente è molto più struggente di qualsiasi altra esperienza vissuta in precedenza. 
Ebbene, in queste circostanze la sola cosa che può aiutare è il proprio attaccamento alla vita, alla propria esistenza, e l'unica cosa che possiamo fare è pensare utilizzando la ragione anziché il sentimento. 
Finché un uomo pensa egli è libero, diceva Ralph Waldo Emerson. 
Pensare serve a dissociarsi dalle emozioni e a garantire la propria lucidità. Un pensiero costruttivo, volto verso il positivo, verso la voglia di ricominciare, un pensiero di libertà, è un atto di rispetto verso se stessi.
Immanuel Kant diceva a questo proposito "Abbiate il coraggio di usare il vostro intelletto". Non è semplice, ma è possibile.

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